venerdì 24 Maggio 2019

Fondi pensione, investimento senza rischio?

Nonostante la lentezza con cui il nostro paese, storicamente, si adatta ai cambiamenti, specie se relativi a strutture ormai consolidate, sul terreno delle pensioni è stato necessario fare un bagno di realtà. Con un primo pilastro, rappresentato dal sistema previdenziale pubblico, sempre più fragile e scricchiolante, gli italiani hanno iniziato col tempo a sperimentare prima il secondo pilastro, quello dei fondi pensione chiusi, e poi, più cautamente ma anche con un diffuso entusiasmo una volta compresi i meccanismi, il terzo (PIP, fondi aperti ecc.).

Non che la dismissione dello Stato in un settore di capitale importanza sociale sia da salutare con giubilio. Tutt’affatto. E però è chiaro che, a fronte di ciò, gli strumenti finanziari messi a disposizione dal mercato costituiscono un altrettanto cruciale surrogato. I fondi pensione, in tal senso, non hanno fin qui tradito le promesse (e le premesse). Investimenti a prova di rischio? Quasi.

Le insidie del mercato

Persino i meno esperti sanno bene che con il mercato c’è poco da scherzare. Anche le soluzioni meno rischiose e apparentemente più sicure possono nascondere la beffa in qualsiasi momento. E’ pertanto fondamentale non lasciarsi incantare dalle sirene, dovunque esse siano allocate. Non è tuttavia sbagliato sostenere che i fondi pensione rappresentano un’opzione tutto sommato coerente con gli obiettivi di garantire una certa stabilità. A rendimenti mai esaltanti fa da contrappeso una discreta solidità dell’investimento, a cui vanno aggiunte sovente le agevolazioni fiscali, che lo Stato offre quasi come ricompensa per il ruolo sociale che i fondi vanno a ricoprire. Spetta al lavoratore stabilire, a seconda della natura del fondo, quanto versare e in che forma, così come, nei fondi aperti più che in quelli chiusi, vige una flessibilità più o meno accentuata per quel che riguarda l’erogazione della rendita. Anche per quanto concerne il portafoglio degli investimenti, al sottoscrittore del fondo deve essere riconosciuta una qualche espressione di autonomia decisionale.

Azioni o obbligazioni?

La principale distinzione attorno alla quale ruota la maggior parte dei fondi pensione riguarda la dicotomia azioni/obbligazioni. Cosa si intende? Ad una lettura superficiale, sembrano la stessa cosa. Un investitore impiega un capitale verso un’azienda, la quale se ne serve per finanziare le proprie attività. Qual è la differenza? Nel caso delle azioni, l’investitore, acquistando quote di un’azienda, ne diventa, proporzionalmente al volume dell’acquisto, uno dei soci. Nel caso delle obbligazioni, invece, l’investimento è, di fatto, un prestito.

Da questa distinzione fondamentale discende il resto, soprattutto la misura del rischio. Gli investimenti azionari garantiscono un potenziale ritorno più alto, ma anche un rischio che va di pari passo con la solidità dell’azienda. Maggiore è la stabilità di quest’ultima, più alte le possibilità di guadagno; a periodi di crisi, inevitabilmente, fanno riscontro perdite per tutti. Con le obbligazioni il discorso cambia. Trattandosi di un prestito ad interesse, a meno di un fallimento, la società sarà sempre tenuta a saldare il proprio debito. Introiti minori, rischi quasi ridotti allo zero. A seconda della propensione del cliente, i fondi possono proporre portafogli con una quota più o meno importante di investimenti in azioni. Difficilmente, ma dipende dal grado di rischio che il cliente è disposto ad accettare, viene superato il 50% di investimenti in azioni. In un comparto bilanciato, la percentuale oscilla tra un 30% ed un 49%. Una soluzione buona per tutti i palati.

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